20 aprile 2008

Domenica 20 aprile 2008

Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

1 “Che tristezza pensare che tra le innumerevoli persone che hanno reso immortali i loro nomi nelle pagine della storia, il numero di coloro che hanno realmente influito sul vero benessere dell’umanità, sia così esiguo”
(Mariano Josè de Larra - 1809- 1837)

2. Ritornerò, dice, provocando nei discepoli un vuoto dentro, un’attesa che ancora oggi la Chiesa è chiamata a vivere con tutte le forze di cui dispone. “Dov’è finito Gesù?”, potremmo e forse dovremmo chiederci visto che da duemila anni nessuno lo ha più rivisto. Dov’è andato? A prepararci un posto, e quando tornerà, proprio lì ci condurrà, dove è lui. Sì, in molti si è convinti che quando si muore l’anima vola lassù, in cielo, ma non è quello il “posto” che intendeva Gesù. Il ritorno di Gesù, infatti, non corrisponde al venire della nostra morte, ma al giorno del morire della morte. Quel giorno il Signore ritornerà; la “nuova Gerusalemme”, che è “dimora di Dio con gli uomini”, scenderà dal cielo e “non ci sarà più la morte” (Ap 2 1,1-5). Là e in quel giorno, non prima, noi saremo nello stesso luogo in cui è anche lui (Gv 14,3), là “lo vedremo così come egli è” (lGv 3,2). Là ci sarà, ad aspettarci, “un’abitazione”, una “dimora eterna”, quella che ci è stata promessa e alla quale chi crede sospira desideroso A Filippo che taglia corto e gli chiede: “Mostraci il Padre e ci basta”, Gesù risponde rivelando quella che è forse la verità più difficile da accogliere: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. A Filippo che vuole e desidera conoscere il Padre, fino a volerlo vedere con i propri occhi, Gesù dice: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?” (Gv 14,7-11). Gesù è via, verità e vita: nel senso che si vede e si ascolta Colui del quale ora non si ode la voce né si vede il volto (Gv 3,37). Certo, noi non possiamo vederlo come lo vedeva Filippo, ma è proprio per questo che ci è affidato il compito di continuare ad attenderlo in base a quello che egli stesso ci ha promesso dicendo: “Ritornerè e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io” (Gv 14,3).Mai dimenticare che i primi seguaci di Gesù, ancor prima di essere chiamati cristiani, erano quelli della “via” (At 9,2), i seguaci di colui che ‘si definì ados, “la via” (Gv 14,6), quelli che nel cammino di ogni giorno mai cessavano di attendere il Signore che aveva promesso di ritornare presto in mezzo a loro (Ap 22,20).
(Daniele Garota)

3. Secondo «La Stampa» del 16-3-1963, i bimbi ormai «hanno tutto»: «Oggi il bambino non cammina più, è nutrito solo a biscotti, esige spremute e succhi di frutta. Va e torna da scuola in automobile, e in auto va ai giardini pubblici. Oggi il bambino è tenuto a freno con i dolci, l’automobile, le promesse, i regali divenuti delle piccole droghe che non hanno più effetto in un organismo completamente sa- turo. Un confronto con appena dieci-vent’anni fa, quando i bambini erano trattati come tali, ci farebbe rabbrividire». Sei anni più tardi la situazione risulta altrettanto drammatica: «Insieme con le suppellettili della consumistica di moda, anche il bimbo ben nutrito, ben vestito, coperto di regali, partecipa al processo di esibizione di ricchezza. Le farmacie sono diventate supermercati per la dieta e per la cosmesi del bambino. Il bambino diventa, ogni giorno di più, “un affare”: gli studiosi di ricerche di mercato concordano nel valutare il contributo diretto o indiretto del piccolo, cresciuto tra le su gestioni di “Carosello”» («La Stampa», 7-3-1969). Pochi mesi più tardi, nel corso dell’autunno caldo, la polemica anticonsumistica trova spazio anche nei comizi dentro le fabbriche: «Che c’entrano le sorelle Kessler col contratto dei metalmeccanici? ... Non possiamo più accettare che ci si rincitrullisca di caroselli, di pubblicità, di canzonette» (dal documentario In fabbrica della regista Francesca Comencini). Anche all’estero, nel cuore dell’impero capitalista, si levano voci autorevoli contro il mito della crescita. Ecco come si esprimeva Bob Kennedy il 18-3-1968, tre mesi prima della sua morte: «Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni... Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza, della nostra Poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la compassione nè la devozione al nostro paese: Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta» (da Report, trasmesso da Rai3 il 16-3-2008).

4. “Dio non è il dogma che mi tiene in chiesa, ma la relazione che mi tiene in vita” (Pierangelo Squeri)

5. «Ciò che tu cerchi non lo troverai mai. Infatti, sulla terra non vi è nulla di eterno. Quando gli uomini sottoscrivono un contratto, essi fissano un termine. Ciò che oggi acquistano, domani lo devono cedere ad altri. Privilegi antichissimi si estinguono con il tempo. Fiumi che oggi sono gonfi e straripano, alla fine rientreranno nel loro letto. Quando la farfalla lascia il bozzolo, vive per un solo giorno. Tempo e stagione sono stabiliti per ogni cosa» (L’epopea di Gilgamesh).

6. Un giorno un medico mandò ad un suo collega una paziente accompagnandola con una lettera in cui aveva scritto: «A me pare che la povera donna non sia per niente malata, se non nella sua fantasia». A ciò il destinatario rispose: «La sua è una malattia molto seria, dal momento che è malata la fantasia, una facoltà importantissima nella nostra vita».

7. Quando Bernardino è studente, in Piemonte per punire i colpevoli si usano ancora tenaglie infuocate e si rompono le ossa ai condannati con le ruote. La pena di morte è inflitta per i delitti contro lo Stato, ma anche per la bestemmia, il furto di paramenti sacri o di oggetti domestici valutati oltre le 200 lire, il falso monetario, ai ladri al quinto delitto. Cinque anni di carcere ai vagabonti e agli oziosi. Tutto ciò mentre il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, publicato trenta anni prima, stava influenzando le nuove generazioni, difendendo i diritti naturali della persona, dimostrando l’inutilità della pena di morte e della tortura e proponendo di affidare la giustizia a leggi chiare, condivise, che escludano ogni arbitrio da parte dei governanti e dei detentori del potere. Ma soprattutto il 24 agosto 1789 a Parigi viene pubblicata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. L’articolo 1 recita “gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei loro diritti”. Secondo l’articolo 2 “il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali…la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”. E l’artivcolo 4 afferma che lòa “libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri”. In Piemonte solo le spese per la corte assorbono nel 1789 quasi il 25% di tutte le entrate statali.

13 aprile 2008

Domenica 13 aprile 2008

Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

1. Talvolta dubito che sia possibile salvare l’uomo di oggi. Ma è ancora possibile salvare i figli di quest’uomo, nel corpo e nello spirito?
(A. Camus Prometeo all’inferno)

2. Pietro, nel suo discorso, va all’essenziale, al cuore della fede, e lo sintetizza così: “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”. E’ bastato questo per sentirsi trafiggere il cuore. Oggi abbiamo fatto aggiunte, quante ne abbiamo fatte, quanti documenti, e quanti itinerari, e lunghi anche! Anche per il Battesimo. Ma allora bastava il cuore. Pietro aveva fatto un incontro di catechesi, e i presenti si sentirono trafiggere il cuore e ricevettero il Battesimo. P. Camillo De Piaz, nel lontano 1972, diceva: “Spesso ci tormentiamo domandandoci in che cosa consiste propriamente la fede, il vivere nella fede: se nel pensare tutti allo stesso modo, se nel far corpo per contare, per essere potenti, per dominare, se nella totale acquiescenza ai comandi che vengono dall’alto (come se ci trovassimo in certi eserciti e Cristo avesse parlato di sergenti e generali anziché di pastori). Oppure se la fede sta nel credere che tutto si risolve nell’allinearsi passivamente a quello che l’autorità proclama e basta, vedete invece come Pietro, in quel momento decisivo ed esemplare, mette risolutamente in luce, con vera autorità, quello che conta, l’essenza dell’annuncio, il vero impegno: ricercare lo Spirito e testimoniare che in Gesù opera Dio, e qual è il nostro vero, il nostro unico Signore, e quindi la ragione delle nostre libertà di fronte alle signorie di questo mondo”.
Se stiamo al Vangelo di Giovanni, il titolo di pastore non può essere sbrigativamente offerto ad altri pastori. Nel recinto delle pecore altri entrano barando, entrano non per la porta. Dalla porta, la porta dell’autenticità, la porta della sua Pasqua, la porta di chi dà la vita, è entrato Gesù. Il guardiano del recinto, Dio, ha aperto a Gesù la porta delle pecore. L’autenticità di Gesù, del suo essere pastore, sta nelle cicatrici delle sue mani. Entra a porte chiuse e mostra, quale segno di riconoscimento, le trafitture dei chiodi. Se c’è un’immagine che si addice profondamente a Gesù non è tanto quella del sacerdote, l’uomo del culto, ma quella del pastore. Il pastore passa la vita con le pecore, sta con le pecore. E dovrebbe nascere una familiarità tra noi e lui: ne conosci la voce, la distingui da quella degli estranei. Tu sei così abituato alla sua lunghezza d’onda che ti viene normale ravvisare, in ciò che vedi e in ciò che ascolti, vicinanze o distanze dal Vangelo. Questa familiarità è condizione essenziale per non cadere nella menzogna, quando alcuni di noi si danno la qualifica di pastori. Che cosa conosci, che cosa condividi, ti porti addosso l’odore della gente? Un’avventura che non è e non sarà mai di imprigionamento. Il pastore apre il recinto e porta fuori, fuori dall’asfissia dei nostri progetti, lungo la strada della libertà evangelica.
(don Casati)

3. Fu in quel momento di gravissima crisi della nostra parrocchia che Paolo VI e il cardinale Ugo Poletti mi chiamarono: “Pietro, tocca a te”. Non fu un invito, ma un ordine al quale non pensai minimamente di sottrarmi. Era il settembre del 1975. Avevo trentanove anni, ho appena passato i settanta. Da quel giorno la mia vita è cambiata, ha preso la rotta di un destino indicato da lassù. La via per raggiungere la mia attuale felicità è stata aspra, piena di ostacoli e di sfide. Tieni conto che questa parrocchia ha una gestione laica. Dopo la mia nomina si riunirono le comunità di base del quartiere e partecipai a quell’assemblea, seduto tra la gente. La protesta sfociò in una sorta di proclama: “Ce l’abbiamo con il vescovo, perché il parroco dobbiamo nominarlo noi, non lui”. Poi uno disse: “Don Sigurani, parli lei”. Io rimasi seduto sulla mia sedia, impassibile. Secondo invito, tutti stupiti del mio silenzio. Poi finalmente mi alzai e dissi: “Se mi invitate a parlare non come don Sigurani, ma come parroco, sono a vostra disposizione”. Il gelo si sciolse e io dissi che non ero là per inquadrarli con un’azione di ordine pubblico. Chi lo pensa si sbaglia, perché un pastore non cammina mai davanti alle pecore, ma in mezzo a loro o dietro. E sono le pecore a stabilire quando fermarsi per mangiare e bere. E il pastore si adegua. Poi conclusi perentorio: “La prossima assemblea la convoco io, il vostro parroco”. A quei tempi la chiesa era quasi vuota, le azioni di violenza si erano spinte sino a interrompere le messe, c’era aria cattiva in Italia e pessima attorno alla mia parrocchia. Ma la gente è tornata, mi ha dato fiducia, ha accolto il mio programma. E il quartiere di destra, dei benpensanti, è diventato il quartiere della solidarietà senza confini. Oggi assistiamo migliaia di emarginati, difendendo e rispettando la loro dignità. Dissi che non avrei mai accettato una lira dallo Stato o da una qualsiasi istituzione. Saremmo diventati ostaggio della politica. Un solo finanziamento: la carità. Il quartiere ha risposto in pieno: può permetterselo. Abbiamo fatto cose grandi non solo qui, ma anche in una piccola fetta di deserto, in una seconda patria lontana, nel Sud della Tunisia. Ti faccio tre nomi: Douz, Kébili, Nefta. Non ti dicono nulla, ma anche in queste città lunisine ci sono la nostra casa e il nostro cuore. Presidi romani, ma intestati a loro, ai poveri di quella terra. Noi non siamo proprietari di nulla, ecco la nostra forza....

4. E’ purtroppo innegabile che i figli di Abramo, ebrei, cristiani e musulmani, nel corso del tempo hanno talvolta mostrato ben scarsa consapevolezza della loro radice comune, giungendo a sviluppare forme di tensione e di conflittualità sfociate in drammatiche conseguenze delle quali come quasi sempre accade, hanno pagato il prezzo i più deboli e indifesi. Non sarebbe tuttavia onesto dimenticare che, proprio in quella tenebrosa pagina della storia, taluni hanno saputo davvero eroicamente rendersi testimoni di valori assoluti, non certo a dispetto ma in forza della propria appartenenza religiosa vissuta senza ambigui particolarismi. Gli stessi discendenti delle vittime della Shoah hanno avvertito l’esigenza di salvare dall’oblio queste storie straordinarie, come dimostrano i nomi dei circa ventiduemila «Giusti tra le nazioni» censiti dallo Yad Vashem, il memoriale della Shoah a Gerusalemme, tra i quali figurano anche quelli di settanta musulmani. Essi, in nome della loro fede islamica, si adoperarono per salvare la vita ad alcuni ebrei durante la persecuzione. La frase del Talmud «Chi salva una vita salva il mondo intero», compare infatti anche nel Corano.
(Paolo Branca)

23 marzo 2008

Domenica 23 marzo 2008
Pasqua

1. Quando tu guaderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere. E quando ti sarai consolato sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra così, per il piacere. E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: “Sì, le stelle mi fanno sempre. ridere!”.

2. Nessuno vi ha mai risuscitato? Nessuno vi ha mai parlato, perdonato, amato abbastanza da risuscitarvi? Non avete mai assistito a delle resurrezioni? Avete mai risuscitato qualcuno? Avete mai sperimentato la potenza di vita che nasce da un sorriso, da un perdono, dall’accoglienza in una vera fraternità? Come credere in una resurrezione futura se non avete mai avuto esperienza di una resurrezione immediata? Come potete credere che l’amore è più forte della morte se non vi ha mai resi vivi? Se non vi ha mai risuscitato dai morti?
(L. Evely)

3. Pasqua è una festa difficile. Affermare che la vita può nascere dalla morte, la luce dalle tenebre e la gioia da una tristezza disperata, ci sembra superiore alle nostre forze umane. Si trattasse solo di celebrare la vicenda personale del Figlio di Dio assassinato dagli uomini e risuscitato dal Padre, le cose non sarebbero così dure. Ma affermare che l’uomo concreto, ciascuno di noi, è inserito in una economia di salvezza dove la morte - nelle sue infinite forme - è vinta, dove la bontà è l’esito di ogni cattiveria, questo ci sembra davvero troppo.
Che può fare una creatura umana quando la bellezza è crocifissa e la violenza prende il posto di ogni convivenza benevola? Nulla verrebbe da dire. Solo rassegnarsi. Il massimo ci sembra indicato nella nostra cultura dall’agire di alcune donne: Antigone nell’antichità e le donne del Vangelo di cui parla Matteo. Ma cosa è seppellire un fratello morto? Cosa è cercare un cadavere da ungere con gli oli rituali? Crolla tutto davanti alla morte ed anche questo gesto supremo di pietas, in fondo, a che serve? La fedeltà all’amore di queste donne ci commuove ma finisce per intristirci ancora di più. È come ritenere di avere rischiarato l’universo accendendo una candelina. Nessun “terremoto” del resto rovescia le nostre pietre tombali, niente e nessuno le trasforma in “pietre pasquali” restituendoci chi abbiamo amato più di noi stessi o quella dignità che il cinismo ci ha tolto. Viviamo tempi amari e molte zone d’ombra non solo non si rischiarano ma sembrano moltiplicarsi. Ogni giorno decretiamo la morte gli uni degli altri. Cos’è l’angoscia che creiamo? La paura che incutiamo? Il cinismo che premiamo? Ma quanto è difficile dirci l’un l’altro che la comprensione, l’empatia, la tenerezza sono ancora vive e la libertà di amare una esperienza possibile! L’industria della morte è ancora trainante nel mondo. Il dio-denaro è davvero cannibalico. Non ama la vita, ma la strumentalizza soltanto. C’è la corruzione che fa tramontare ogni giustizia e c’è la diffidenza che crea muri insormontabili. In questo clima dove la vita è uccisa e, a guardia, perché essa non torni a fare sognare di nuovo i cuori degli uomini, ci sono grossi macigni rotolati con cura e guardie armate per la sicurezza dei mandanti, in questa atmosfera mi vedo come le donne “all’alba del primo giorno della settimana”. Cammino a tentoni, col buio del mio cuore, più disposto a piangere su ciò che sembra tramontato del tutto che a credere in un ritorno dello splendore della vita. Non sempre mi aiuta la Chiesa, turbata, perplessa - nei fatti - tra il dare voce alla speranza di “angeli” che su quei macigni si sono seduti, e il realismo di quanti dicono che la morte è invincibile su questa terra, tanto vale venire a patti con essa e cercare di ungere ancora una volta, per sempre, i corpi martoriati dei crocifissi. Per la Chiesa tutta, per il popolo di Dio, fare Pasqua oggi è accogliere l’invito celeste a non avere paura, a guardare vuoti i luoghi della sconfitta, a convincersi che ‘in Galilea’, nel nudo Vangelo, Lui è ancora visibile, udibile, pronto ad indicarci la strada della luce in questo tempo buio. Sarà una festa difficile la Pasqua, ma ne abbiamo un lancinante bisogno. E vorrei dire alle sorelle nella fede che l’annunzio della risurrezione è roba loro. Compito storico loro, che si sono ribellate alla morte ed hanno voluto onorare gli sconfitti delegittimando così ogni potere dell’uomo sull’uomo. È’ loro la missione di annunziare ai “fratelli” non solo che la pietra è rovesciata, che il sepolcro è vuoto, ma che ancora è nelle nostre possibilità accostarci all’impossibile: al “Verbo della vita che le nostre mani possono toccare ed i nostri occhi vedere”. Noi maschi, laici o in sacris che siamo, abbiamo bisogno di sentirci ripetere annunzi di “angeli folgoranti e biancovestiti”. Che possiamo lasciarci alle spalle le nostre voglie di successi, onori e soldi (proprio le voglie che oggi uccidono Cristo e lo stesso uomo), possiamo vivere di Vangelo, possiamo oltrepassare le bugie del potere imperiale che vuole morto per sempre “Cristo nostra vita”, possiamo essere umani, possiamo ritrovare il coraggio di affermare, contro ogni evidenza, che “un altro mondo è possibile”, che una Chiesa “altra” è possibile, che un uomo non più “conforme agli schemi di questo mondo” ma plasmato dalla “forma del Cristo” può camminare per le nostre città e lodare il Padre della vita nelle nostre Chiese.
(Angelo Scalia)

4. Celebriamo gli 80 anni della vita di Pedro Casaldaliga, quaranta dei quali passati dall’altro lato, all’interno dell’Amazzonia brasiliana. Lì, in una prelatura che abbraccia un terzo della Spagna, senza mai far ritorno da quando partì. “I poveri sono la pupilla dei miei occhi. Mi ha sempre spezzato il cuore vedere la povertà da vicino. Mi sono sempre trovato bene con gli esclusi. Sono incapace di assistere ad una sofferenza senza reagire. D’altra parte, non ho mai dimenticato di essere nato in una famiglia povera. Mi sento male in un ambiente borghese. Mi sono sempre chiesto perché, se posso vivere con tre camicie, ho bisogno di averne dieci nell’armadio. I poveri della mia prelatura vivono con due camicie, una addosso e l’altra di ricambio. Sono convinto che non si possa essere rivoluzionari nè profeti, nè liberi senza essere poveri. Se sono povero mi sento libero da tutto e per tutto. Il mio slogan e stato: essere libero per essere povero ed essere povero per essere libero”. Lo ha lasciato scritto in versi: “Non aver niente. / Non portare niente. / Non poter niente. / Non chiedere niente. / E, di passaggio, non uccidere nulla; / non mettere a tacere nulla. / Soltanto il Vangelo, come un coltello affilato, / e il pianto e il riso negli occhi, / e la mano tesa e stretta, / e la vita donata. / E questo sole, e questi fiumi, e questa terra comprata, / per testimoni di una rivoluzione già esplosa. / E più niente!”. Afferma”Credo, con la più tremante convinzione evangelica, che oggi, nel XXI secolo, un cristiano/a o è povero/a e/o visceralmente alleato/a dei poveri o non è. Nessuna delle note della Chiesa resta in piedi se si dimentica questa nota fondamentale, la più evangelica di tutte: l’opzione per i poveri”. La più grande passione della sua vita è il Dio di Gesù, una realtà ineludibile, una presenza certa, operante, mai svelata, che guida il nostro cammino, che anima tutto e verso cui tutto confluisce, il Dio degli esseri umani. Per Dio, per questo Dio ha optato Pedro ed è per questo Dio che ha optato per tutte le cause che ha fatto sue. Ha scritto Leonardo Boff: “Quando gli attuali e tormentati tempi saranno passati, quando i sospetti e le meschinità saranno stati ingoiati dalla voragine del tempo, quando ci guarderemo indietro e valuteremo gli ultimi decenni del XX secolo e gli inizi del XXI secolo, individueremo una stella nel cielo della nostra fede, rutilante, dopo aver fronteggiato nubi, sopportato oscurità e superato tempeste: è la figura semplice, povera, umile, spirituale e santa di un vescovo che, straniero, si fa compatriota, distante si fa prossimo e prossimo si fa fratello di tutti, fratello universale.

5. La mamma morì a soli 57 anni per un male incurabile. dopo terribili sofferenze; volle con sé nella bara tutti gli indumenti e oggetti che avevo portato a casa dopo la deportazione. Convinta che quei quattro stracci fossero quelli che mi avevano coperto a Mauthausen; fu un grande gesto d’amore, quasi un volere portare sempre con sé le mie sofferenze e quasi un dare inizio alla mia nuova vita di uomo ormai fatto.
(Marcello Martini, Un adolescente nel lager)

9 marzo 2008

Domenica 9 marzo 2008

Giovanni 11,1-44
Era allora ammalato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, il tuo amico è malato ». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato ». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Lazzaro. Quand’ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. ‘Poi, disse ai discepoli: Andiamo di nuovo in Giudea! ». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo? ». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo. “ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce ». “Così parlò e poi soggiunse loro: « Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo ». “Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà ». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui! ». Allora Tommaso, chiamato Didimo disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui ». “Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era già da quatro giorni nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di due miglia “e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! “Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà ». “Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà ». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». “Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in anche se muore, vivrà; “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo? ». “Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo ». Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama ». Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. “Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andai, contro. “Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando:«Va al sepolcro per piangere là ». Maria, dunque, quando giunse dov’era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo:” Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! ». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: « Dove l’avete posto? ». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere ». Gesù scoppiò in pianto. “Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava! ». Ma alcuni di loro dissero: «Costui che ha aperto occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse? ». Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e sopra vi era posta una pietra. “Disse «Togliete la pietra! ». Gli rispose Marta, la sorella del : «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai gloria di Dio? ». “Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. “Io so che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato ». ‘E detto questo gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori! ». Il morto uscì con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare ». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione.

1. Per Zundel l’eucarestia rivelerà tutta la sua fecondità solo quando invaderà tutta l’umanità e prima di tutto noi stessi, che dobbiamo essere gli strumenti del suo irradiamento; è impossibile che il regno di Dio si stabilisca se non attraverso la nostra trasformazione in lui». L’eucaristia è il mezzo privilegiato di questa trasformazione. «L’uomo è da fare. Noi siamo degli inizi di uomo, dice san Giacomo, degli abbozzi di uomo. Dio ha orrore del tutto già fatto. Dio crea l’uomo capace di creare se stesso». L’eucarestia aiuta straordinariamente l’uomo a creare se stesso nella gioia e nella fede. «Questa tavola è il nervo delle nostre anime , il luogo dei nostri spiriti, il sostegno della nostra fiducia, il nostro spirito, la nostra salvezza, la nostra luce e la nostra vita”
(G. G. Crisostomo)

2. Marie Noel traumatizzata dalla morte del fratello, deceduto a 12 anni, scriverà: “Verrò un giorno consolata delle mie collere contro la Morte?... Ho un bel leggere, imparare, sapere, pensare e credere tutto il bene che si può dire di lei; la Morte mi ha sempre trovato urlante di fronte al cielo». «Tutte le spiegazioni crollano di fronte allo scandalo della sofferenza di un bambino», scrive da parte sua p. Rey-Mermet che ricorda a questo proposito un’esclamazione di Ivan Karamazov: «Non parlo delle sofferenze degli adulti: loro hanno mangiato la mela e che il diavolo se li porti tutti!... Ma i bambini! i bambini!».

3. Pirandello nel fu Mattia Pascal: “Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte. Il criterio direttivo delle nostre azioni, il filo per uscire da questo labirinto, il lume insomma deve venirci di là, dalla morte”. Già il Siracide ammoniva: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (7, 36). E Gesù esortava il discepolo a “non accumulare tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassano e rubano, ma ad accumulare tesori nel cielo, dove né tignola nè ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano” (Matteo 6, 19-20).

4. Il grande poeta austriaco Rainer M. Rilke scriveva: “La morte è il lato della vita rivolto dall’altra parte rispetto a noi. È il lato non illuminato da noi".

5. La concezione dell’oltrevita dell’Antico Testamento —espresso col termine ebraico “Sheol”— è contrassegnata da una tonalità amara: è una sorta di città sotterranea ove tutte le creature umane si ritrovano in un’atmosfera di oscurità e di silenzio. È l’area dell’assenza del Dio della vita e della luce. Non per nulla il re Ezechia, una volta guarito da una malattia a prima vista mortale, non esita a pregare così: “Non gli inferi (lo Sheol) ti lodano, o Signore, nè la morte ti canta inni; quanti scendono nella fòssa non sperano nella tua fèdeltà. Il vivente, il vivente, invece, ti rende grazie, come io faccio oggi” (Isaia 38,18-19,). Si comprende, così, l’aspetto “terrenista” della visione an ticotestamentana, l’appassionata esaltazione della vita nel tempio e nel tempo: se il fedele dovesse morire, si argomenta curiosamente in alcuni testi biblici, Dio perderebbe un suo cantore nel tempio e un operatore di giustizia nel mondo. Qohelet esprime in modo netto, radicale e aspro, com’è suo costume, questa prospettiva tradizionale, per altro condivisa da molti uomini e donne di tutti i tempi: “Riguardo ai figli dell’uomo mi sono detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un unico soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere. Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?” (Qohelet 3,18-21). In questa linea si muoveva anche quel capolavoro della letteratura mesopotamica che è l’Epopea di Ghilgamesh, storia di una ricerca ansiosa dell’ immortalità attraverso un pellegrinaggio all’isola dei beati per acquisire l’albero della vita. L’esito è, però, inesorabile: “Ghilgamesh, dove vai vagabondando? La vita che tu cerchi non la potrai trovare! Quando gli dei crearono l’uomo, in sorte gli dettero la morte e la vita trattennero per sé. Ghilgamesh, pensa solo a mangiare, a star allegro giorno e notte, a rendere colmi di felicità i tuoi giorni.., perché solo queste cose sono alla portata dell’uomo!”. Molti nostri compagni di vita, ripetono le parole della poesia Contro la seduzione di Bertolt Brecht, drammaturgo tedesco ateo, morto nel 1956: “Non vi fate sedurre, non esiste ritorno.. ./ Morite come tutte le bestie e non c’è niente, dopo”.

6. Gesù Cristo non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ma il sale. Ora il sale su una pelle a vivo è una cosa che brucia, ma le impedisce di marcire. La parola di Dio è un ferro rovente, chi l‘insegna non può non scottarsi le mani.
(GeorgeS Bernanos)

2 marzo 2008

Domenica 2 marzo 2008

Giovanni 9,1-41
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perchè sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Nè lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perchè in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno. Poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’a lavarti nella piscina di Siloe», che significa inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini, che lo avevano visto prima, perchè era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «E’ lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’a Siloe e lavati! Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: Era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «E’ questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. «Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?».Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto:è colui che parla con te». «Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. «Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù ripose loro: « Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

1. Disse un cliente disperato allo psichiatra: “Dovunque vado, devo portarmi dietro me stesso, e questo rovina tutto”.
(Anthony DeMello)

2. “Non parleremo di una vita futura. Soltanto la vita presente ci concerne e, al suo interno, il problema della qualità della vita. La vita futura è l’oppio dei popoli: è una mistificazione attendere dall’avvenire un cambiamento che non si sarebbe prodotto, o almeno preparato nel presente. La vera fede del cristiano non è fede in una vita futura, ma nella vita eterna e se essa è eterna basta un attimo di riflessione per capire che essa è già cominciata. Dobbiamo viverla ora altrimenti non la vivremo mai più!”. “La fede è possedere luce sufficiente per sostenere l’oscurità, risposte sufficienti per sostenere le domande, esperienza sufficiente per affrontare l’ignoto, sufficiente riconoscenza per aver fiducia davanti alle cose che restano da coprire”.
(L Evely)

3. Un giorno Gasan istruiva i suoi seguaci: “Quelli che parlano contro l’assassinio e che desiderano risparmiare la vita di tutti gli esseri consapevoli hanno ragione. È giusto proteggere anche gli animali e gli insetti. Ma che dire di quelle persone che ammazzano il tempo, che dire di quelli che distruggono la ricchezza e di quelli che distruggono l’economia pubblica? Non dovremmo tollerarli. E inoltre, che dire di uno che predica senza l’illuminazione? Costui uccide la fede”.

4. “Se chi vi guida vi dice: Sì, il regno è nei cieli!, allora gli uccelli del cielo saranno in vantaggio! Se vi dicono che è nel mare, allora i pesci saranno in vantaggio! Ma il regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete consci e saprete che siete voi i figli del Padre vivente. Ma se vi capita di non conoscere voi stessi, allora resterete poveri, e siete la povertà stessa”.
(Vangelo di Tommaso).

5. Si racconta che un giorno lo spirito di Baall Schem Tov fondatore del Chassidismo era abbattuto perché gli sembrava di non riuscire a raggiungere il mondo futuro. Allora si fermò, si mise a riflettere ed esclamò: Se amo Dio che bisogno ho di un mondo futuro?

6. Una volta un samurai grosso e rude andò a visitare un piccolo monaco. «Monaco», gli disse «insegnami che cosa sono l’inferno e il paradiso!». Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e rispose con estremo disprezzo: «Insegnarti che cosa sono l’inferno e il paradiso? Non potrei insegnarti proprio niente. Sei sporco e puzzi, la lama del tuo rasoio si è arrugginita. Sei un disonore, un flagello per la casta dei samurai. Levati dalla mia vista, non ti sopporto». Il samurai era furioso. Cominciò a tremare, il volto rosso dalla rabbia, non riusciva a spiccicare parola. Sguainò la spada e la sollevò in alto, preparandosi a uccidere il monaco. «Questo è l’inferno», mormorò il monaco. Il samurai era sopraffatto. Quanta compassione, quanta resa in questo ometto che aveva offerto la propria vita per dargli questo insegnamento, per dimostrargli l’inferno! Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e improvvisamente colmo di pace. «E questo è il paradiso», mormorò il monaco.

7. “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio”.
(Michea 6,8)

8. “Ogni consigliere suggerisce consigli,ma c'è chi consiglia a proprio vantaggio. Guardati da un consigliere, informati quali siano le sue necessità - egli nel consigliare penserà al suo interesse perché non getti la sorte su di te e dica: «La tua via è buona», poi si terrà in disparte per vedere quanto ti accadrà. Non consigliarti con chi ti guarda di sbieco, nascondi la tua intenzione a quanti ti invidiano. Non consigliarti con una donna sulla sua rivale, con un pauroso sulla guerra, con un mercante sul commercio, con un compratore sulla vendita, con un invidioso sulla riconoscenza, con uno spietato sulla bontà di cuore, con un pigro su un'iniziativa qualsiasi, con un mercenario annuale sul raccolto, con uno schiavo pigro su un gran lavoro; non dipendere da costoro per nessun consiglio. Fidati dell’uomo che teme sempre Dio, di cui sai che osserva i comandamenti, che condivide il tuo modo di vedere: costui, se inciampi ti aiuterà. Segui quel che la tua coscienza ti suggerisce, perchè essa non ti tradisce mai. In certi casi ti avverte meglio di sette sentinelle sulle mura. E soprattutto, invoca il Signore perchè guidi i tuoi passi nella verità”.
(Siracide 37,7-15)

24 febbraio 2008

Domenica 24 febbraio 2008

Giovanni 4,4-22
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?», i Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:”Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». »Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore — gli dice la donna —, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «lo non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “lo non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui nè su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora — ed è questa — in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro:«Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». »E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

1. Le cause sacre non sono eterne. Quello che è eterno è la povera carne sofferente dell’umanità.
(Anise Postel-Vinay)

2. Sì, lo so che l’Italia è stata accusata, prima dal New York Times e poi dal Time di Londra, di essere depressa e sfiduciata. Ma io posso testimoniare il contrario. L’Italia è un Paese di speranza, di generosità di solidarietà e di condivisione come nessun altro al mondo. Ci sono più dottori, infermieri, educatori italiani nel terzo mondo che di nessun’altra nazionalità. Oggi nel delta del Gange, devastato dal recente ciclone del Bangladesh, un battello ospedale, uno dei quattro che ho varato in quella zona dove più di 4 milioni di persone sopravvivono su 54 isole senza alcun soccorso medico, senza acqua potabile senza scuole, si chiama “Città di Torino e città di Lecco”. No, non si può dire che l’Italia sia un Paese depresso e senza fiducia”.
(Dominique Lapierre)

3. Noi non conosciamo affatto i popoli delle Indie Orientali, frequentate unicamente da Europei più avidi di riempirsi le borse che le teste. L’Africa intera e i suoi numerosi abitanti, tanto singolari per il carattere quanto per il colore, sono ancora da esaminare; tutta la terra è coperta di genti di cui non conosciamo neanche i nomi e abbiamo la pretesa di giudicare il genere umano.
(J.J.Rousseau, Discorso sull’origine della disuguaglianza)

4. Un cacicco di grande importanza era passato dall’isola Espagnola a Cuba con gran parte della sua gente, per sfuggire alle calamità e alle azioni disumane dei cristiani, e, stando nell’isola di Cuba, certi indiani lo informarono che stavano arrivando gli spagnoli; riunì allora quasi o tutti i suoi e disse loro: “Saprete già che si dice che stiano venendo i cristiani, e saprete anche quel che hanno fatto ai signori tale e tale e tale; e la gente di Haiti viene qui a fare le stesse cose. E sapete perché lo fanno?” Risposero: “No, ma sappiamo che sono di natura crudele e malvagia”. E lui disse: “Non è solo per questo, ma anche perché hanno un Dio che adorano e amano molto, e per averlo qui e poterlo adorare, ci sottomettono e ci uccidono”. Aveva con sé un piccolo canestro pieno d’oro e di gioielli e disse: “Vedete qui il dio dei cristiani -festeggiamolo, se volete, con balli e danze, e chissà se in questo modo in questo modo non lo si contenti, e ordini loro di non farci del male”. Danzarono davanti all’oro fino a esserne stanchi. e dopo il cacicco disse: “Ascoltate, comunque vadano le cose, se lo teniamo, per portarcelo via finiranno con l’ammazzarci: gettiamolo nel fiume”. Tutti decisero di fare così, e lo buttarono in un gran fiume che scorreva lì vicino”.(Bartolemè de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione delle Indie). Le biografie di maniera dicono che Colombo era devotissimo, pio. La pietà però non gli impedì, una volta che nel primo viaggio non trovò oro, di tornare con le navi cariche di schiavi, cosa che turbò la coscienza alquanto candida di Isabella.

5. Ho imparato... che nessuno è perfetto... Finché non ti innamori.
Ho imparato... che la vita è dura... Ma io di più!
Ho imparato...che le opportunità non vanno mai perse. Quelle che lasci andare tu... le prende qualcun altro.
Ho imparato... che quando serbi rancore e amarezza la felicità va da un'altra parte.
Ho imparato... che bisognerebbe sempre usare parole buone...Perchè domani forse si dovranno rimangiare.
Ho imparato... che un sorriso è un modo economico per migliorare il tuo aspetto.
Ho imparato... che non posso scegliere come mi sento...Ma posso sempre farci qualcosa.
Ho imparato... che tutti vogliono vivere in cima alla montagna....Ma tutta la felicità e la crescita avvengono mentre la scali.
Ho imparato... che bisogna godersi il viaggio e non pensare solo alla meta.
Ho imparato... che è meglio dare consigli solo in due circostanze...Quando sono richiesti e quando ne dipende la vita.
Ho imparato... che meno tempo spreco... più cose faccio.

7. Che cosa accadrebbe se semplicemente smettessimo di affannarci a costruire questa tremenda torre unitaria? Che cosa, se invece dovessimo rimanere nelle nostre belle piccole capanne e case e focolari domestici e cupole e incominciassimo a costruire sentieri di comunicazioni (invece che solo di trasporto), che potrebbero col tempo convertirsi in vie di comunione, fra differenti tribù, stili di vita, religioni, filosofie, colori, razze e tutto il resto? E anche se non riuscissimo ad abbandonare il sogno del sistema monolitico della Torre di Babele che è diventato il nostro incubo ricorrente, questo sogno di una umanità unitaria non potrebbe essere soddisfatto. Costruendo semplicemente strade di comunicazione piuttosto che qualche gigantesco impero, vie di comunicazione invece che di coercizione, sentieri che possono condurci al superamento del nostro provincialismo, senza spingerci tutti nello stesso sacco, nello stesso culto, nella monotonia della stessa cultura?
(Pannikar)

17 febbraio 2008

Domenica 17 febbraio 2008

Matteo 17,1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

1. “Io sono di Gesù e tu di chi sei? Forza, dimmelo”: così suona un canto che le donne amano cantare nel Nord del Kenia.

2. Nel seguire Gesù realizziamo tutta la fede, tutta la religione. E seguire Gesù cosa vuol dire? Vuol dire seguire il suo progetto. C’è un equivoco, credo, nel fondo della vita religiosa. Tutti noi siamo innamorati di Gesù, gli vogliamo bene, siamo amici di Gesù. E i religiosi e le religiose neanche a parlarne, sono amicissimi di Gesù. Ma siamo più amici di Gesù che del suo progetto. Immaginate che in questo momento venga qui una sindacalista vera. Voi immaginate che se viene qui verrà per parlare dei sindacati, per guadagnarvi alla sua causa, per convincervi che la sua causa è giusta. Ma siccome è una bella ragazza tutti cominciano a dire, specialmente i ragazzi: Che bella ragazza! Ma guarda che occhi che ha! Guarda che capelli meravigliosi! E quella dice: Ma lasciatemi parlare. E tutti: No, sei bella, sei meravigliosa, sei la più bella delle italiane! Evviva! E quella insiste: Lasciatemi parlare, io sono venuta qua non per un concorso di bellezza! Sono venuta per parlare del mio progetto, di quello che sento dentro. Questa è la mia vita! Ecco io penso che a Gesù gli sia stato fatto questo scherzetto. Non dobbiamo tanto assumere Gesù quanto il progetto di Gesù. I nostri progetti personali, i nostri progetti di vita hanno un limite nel tempo. E’ inutile che lo nascondiamo. Se invece riusciamo ad assumere il progetto di Gesù, questo fa piazza pulita dei nostri progetti: «Tu non hai più progetti tuoi, ma c’è il mio progetto. Questo progetto, amico, non si è ancora realizzato e non si realizzerà. Tu morirai senza vedere la realizzazione di questo progetto, lo lascerai incompiuto agli altri ma per questo non ti devi sgomentare; tu fa’ la tua parte, lavora, pensa, da’ la tua vita come se questo progetto si realizzasse domani. Se poi non si realizzerà lascia il compito a me.
(A. Paoli)

3. Sono stato una settimana in casa a leggere e a studiare. Chi mi conosce ha rispettato la mia solitudine, ma tutte le mattine, vi assicuro nessuna mattina esclusa — e pensate che sono famiglie povere — verso mezzogiorno è apparso un bambino o una bambina o un adulto a dirmi: Mamma l’aspetta a casa a pranzo, bisogna che venga, è tutto pronto. E io a dire: Ho da fare, non posso. E loro: Ma è tutto pronto, mamma l’aspetta, per l’amor di Dio, non può non venire a casa. In quella settimana non ho mai avuto la possibilità di pranzare a casa mia e tutti i giorni ho pranzato, a mezzogiorno, in una casa o nell’altra. Qualcuno dirà: Si impongono un sacrificio, è vero, ma è così bello dare al povero la possibilità non di ricevere, ma di dare, di sentire che anche lui ti può dare qualcosa. Quando Gesù ha detto: «Andate senza sacca né calzari, non portate nulla nel cammino», l’accento era posto sulla povertà o non era posto, invece, sull’ospitalità? Io ho scoperto che l’accento era forse sull’ospitalità.
(A. Paoli)

4. «Nel Sergente nella neve la parola “nemico” non c’è: parlo di “russi”, dico “loro” ma “nemico” mai. Per me quelli non erano nemici. Il nemico è uno che ti ha offeso o uno che ti ha fatto del male. Ma loro non mi avevano fatto niente, non mi avevano offeso. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Sono armati. Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo i1 rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Così è successo questo fatto. Ora non io trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice: anche i russi erano come me, lo sentivo». Che cos’era questa tregua istintiva scattata fra avversari pronti a riconoscere in se stessi l’umana comune radice? «Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere». Primo Levi ha dedicato a Mario Rigoni Stern e a un altro testimone-scrittore della ritirata di Russia, il cuneese Nuto Revelli, una poesia dal titolo A Mario e Nuto: «Ho due fratelli con molta vita alle spalle nati all’ombra delle montagne. Hanno imparato l’indignazione nella neve di un paese lontano, ed hanno scritto libri non inutili. Come me, hanno tollerato la vista di Medusa, che non li ha impietriti. Non si sono lasciati impietrire dalla lenta nevicata dei giorni»
«Davanti alla casa scese un razzo bianco, seguito poco dopo da un altro razzo rosso. Era il segnale di fucilarci. Due soldati salirono sul carro, si misero dietro le mitragliatrici. Uno dei due scoppiò a piangere, balzò di colpo a terra, scomparve. Quella faccia, che ho visto soltanto un istante, io la ricordo bene. L’ho cercata dappertutto, sono andato anche in Germania. Ho fatto sapere a tutti che vorrei vedere quel soldato, abbracciarlo come un fratello di sangue. Di quella mattina è ciò che ricordo più chiaramente. Non ricordo, invece, la faccia del soldato che prese il suo posto. Qualcuno diede un ordine. Ci fucilano davvero, ho pensato. Cara mamma, ho detto dentro di me: non ti vedrò più. Pochi minuti e l’eccidio era compiuto».

5. «Avevo accettato l’idea che Claudio fosse “andato in cielo”, come mi avevano detto. Però volevo anche dimenticare, sentirmi un bambino come gli altri. Invece, a scuola, all’oratorio qualsiasi cosa facessi ero coccolato, riempito di regali, perdonato. Mi sono subito reso conto che ricevevo delle attenzioni speciali perché mi era accaduta una grande disgrazia. Per me, non era un bene. Ogni volta che ricevevo un bacio, un dono, o un abbraccio, al posto di una sgridata, subito mi veniva in mente tutto: e non volevo. Preferivo non pensare che, a casa la mamma piangeva, il papà singhiozzava sul divano, e tutti quelli che entravano erano mesti e tristi e non rideva più nessuno». La mamma dice: «Racconto una cosa che ti riguarda, e che tu hai dimenticato. Il giorno dopo Claudio, è morto anche Giannino Zibecchi. Non lo conoscevamo, però siamo andati al funerale. Con mio marito e Daniele, si parlava di lui come se fosse un amico. Un giorno stavo lavando delle camicie nel bagno, e Daniele viene lì, così piccolino, e dice serio: “Giannino è fortunato, perché ha raggiunto la sua mamma, che era già in cielo. E’ fortunato, perché la sua mamma non è qui che piange, come piangi tu. E allora sai che cosa facciamo, mamma? Moriamo tutti: tu io e il papà. Così andiamo da Claudio, e non piangiamo più”». Ero ossessionato dalla loro tristezza, del loro dolore. Claudio mi mancava moltissimo, perché era molto più grande di me, mi faceva da intermediario, più che un amico. Le carezze e le coccole, in nome della morte di lui non facevano altro che ricordarmi che ero rimasto senza quel punto di riferimento, quel pilastro al quale mi aggrappavo con una gran confidenza». Maria guarda il figlio con malinconia. «Daniele è stato un bambino cresciuto tutto bagnato dalle mie lacrime»

5. «Ho avvicinato in questi anni in America Latina gente molto impegnata politicamente, persone che hanno affrontato rischi e vi assicuro questo che pare un paradosso: affrontare una vita che domani potrebbe portarci alla tortura, alla morte ecc. non è triste. È’ molto triste, invece, quando viviamo per espiare il peccato. Che brutto vivere domandandosi continuamente: Avrò espiato sufficientemente, sarò perdonato?

(A.Paoli)